Quello che David Bowie è per me

Quello che David Bowie è per me

Il mio rapporto con David Bowie inizia più o meno a metà anni ottanta, quando affascinato dai vinili trovati in casa ascolto spesso “Aladin Sane”, versione con copertina provvisoria, di cui ho già parlato, acquistato da mio padre negli anni settanta. 
C’è pure un 45’ giri di “Starman/Jonh I’m Only Dancing” e anche il 33 giri di “Transformer” di Lou Reed (mi sfugge naturalmente chi sia il produttore e anche il concetto di produzione, oh, avrò avuto una decina di anni al massimo).
Manca Iggy Pop all’appello, ma c’è mia nonna, quella che stigmatizzava Elio e Le Storie Tese, che rimane allibita da un’intervista di Bowie in cui dice che si ubriacava ripetutamente. 

Siamo sempre a metà anni ottanta e forse dovrei stare al largo da certi brutti modelli, ma in quegli anni Bowie è il protagonista di un gran bel film, cioè “Labyrinth”, diretto da Jim Henson e sceneggiato da Terry Jones. Affascinante e magnetico. Piccola parentesi, Henson è già entrato prepotentemente nella mia vita con i “Muppets”, Jones ci entrerà diversi anni dopo quando scopro i “Monty Python”. Nulla succede per caso direbbe qualcuno.




Come tutti i teenager dell’epoca quando muore Freddie Mercury vengo
risucchiato nella mania dei “Queen”. E Bowie c’è pure lì e ci mette “Under Pressure”. Poi il buon David diventa una presenza discreta ma importante nella mia vita. Come ogni adolescente viaggio di genere in genere, attratto maggiormente dai contemporanei. In ogni caso lo ascolto volentieri se capita e scopro altri suoi dischi,“Ziggy Stardust”, “Heroes” su tutti e brani come “Space Oddity”, “Life on Mars” e “The man who sold the world” (grazie ai Nirvana eh!) e tanti altri ancora. Lo so, sono in ritardo, ma vado dai quattordici ai diciotto anni. Datemi tempo! 

Altra piccola parentesi, “Space Oddity”, “Life on Mars” e “Ashes to Ashes” catalizzano fin dalla prima volta il mio cervello con un magnetismo che non saprei spiegarvi e lo fanno ancora oggi, tanto che se sono in compagnia e passano per radio, scendo in un silenzio a dir poco inquietante. Altra cosa, “Space Oddity” è così fondamentale per me, che quando morirò vorrei che ve la suonassero al funerale (nel caso vi faccia piacere venire. Ah… segnatelo nel caso di una mia morte improvvisa).

Anche se evidentemente sono legato più alla prima parte della sua carriera, Bowie, ritorna tra i miei ascolti con cose nuove a fine anni novanta, con “Earthling”, “Hours” e soprattutto con “Heathen”. Nel mentre interpreta un grandioso cameo in “Zoolander”. Divino. Forse mi attrae meno “Reality”, ma poi ci riprendiamo alla grande con “The Next Day”. Direi che è tutto quello che ho dire sul mio rapporto con David Bowie. Uh, no, in realtà.

Manca “Blackstar”
10 gennaio e io avevo appena terminato un 2015 terribile, con un grave incidente casalingo e mesi dopo la diagnosi di una malattia degenerativa. Non male, una fine alla Major Tom disperso, non nello spazio, ma nella vita. 
Quel giorno fisso per diversi minuti il video del pc su cui c’è scritto che è morto Bowie. Mi manca il fiato. Gli occhi sono lucidi. 
Un paio di giorni dopo leggo su un sito che il video di “Lazarus” è bellissimo. Non m’informo più di tanto e il mattino dopo appena sveglio, cioè alle 6,30, decido di guardarlo. Fuori è buio. Ho pure le luci spente in casa. Quello che vedo è agghiacciante. Mi terrorizza. Il genio assoluto di Bowie ci ha beffato ancora con un’uscita teatrale drammatica e stilosa come solo lui poteva fare. Anche se il regista del video dice che fu tutto casuale.
“Lazarus” rovina la mia giornata e anche i giorni dopo e decido che no, non lo guarderò mai più e no, non comprerò “Blackstar” fino a che non mi sia ripreso dallo shock. Il che succede solo alla fine dell’anno scorso. Segue un faticoso ma apprezzato ascolto dell’ultimo monumentale disco di Bowie.


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