Gorillaz – The Now Now

Gorillaz – The Now Now

Il fatto che io veneri Damon Albarn, mi mette in una condizione non facile e soprattutto di parte. Molto di parte. Tanto di parte. 
E scusatemi se ogni tanto vedo le cose con gli “occhi del cuore”, ma questo tipo di Chelsea accompagna i cambiamenti della mia vita da più di venti anni, mentre lui (Gorillaz, Blur, The Good, the Bad & the Queen e altro inclusi) si è evoluto a sua volta.  

Quindi, non fateci caso se scrivo poche righe sulle due cose che non mi piacciono di “The Now Now”. E cioè che manca quasi del tutto la sperimentazione e i Gorillaz perdono così le loro più famose caratteristiche, ci sono pochi ospiti e c’è più Albarn che Gorillaz. 

Hey! Lo so, lo so, i Gorillaz, sono Damon Albarn (e Jamie Hewlett eh!) ma spesso in questo album ci sente catapultati in atmosfere che ricordano “Everyday Robots“, che sì, è un grande album ma di Damon Albarn (lo so…lo so…).

Elencati quello che per me sono i difetti di un disco che non ci ha lasciato quasi il tempo di goderci “Humanz”, devo dire che “The Now Now” è piacevole, di più facile ascolto rispetto al predecessore e mischia momenti frizzanti a quelli più riflessivi. Magicamente però questi cambi di ritmo non influiscono sull’omogeneità del lavoro, che anzi, è molto compatta.

Riflessioni dunque in alcuni momenti e testi un po’ malinconici. E non te lo aspetteresti da un album che inizia in maniera più che solare con “Humilty” in compagnia di George Benson e del divertente video in cui appare anche Jack Black nel ruolo di artista di strada. E non lo diresti nemmeno dopo la seconda canzone “Tranz” (la canzone che pare essere la più apprezzata dai fan) e tanto meno nelle seguente “Hollywood” in cui Jamie Principle ci dice “Beautiful people clap your hands/Freaky people clap your hands/Geeky people clap your hands/Everybody clap your hands” ma anche “Hollywood is alright/Hollywood is vagrant/Jealousy is gunfire/It makes you kill the vibe”.

Ma è con “Kansas” che emerge per la prima volta il Damon Albarn più intimo, l’Albarn capace di scrivere testi profondi, malinconici. Un aspetto che da qui in poi ci accompagna fino alla fine del disco, emergendo qua e là, nascondendosi dietro lo stile Gorillaz e toccando l’apice con “Idaho”, “Magic City” che sembrano cadute da “Everyday Robots”.

Un disco scritto indossando due maschere differenti e che trova in “Souk Eye”, che chiude il tutto, il perfetto equilibrio tra le parti. 
Che possa piacere o no è naturalmente un punto di vista e in giro si legge di tutto, ma c’è una cosa chiara: Damon Albarn ha ancora tanto da darci.

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