Sunflowers – Castle Spell

Sunflowers – Castle Spell



Sono a Porto e oltre a bere l’omonimo vino, devo assolutamente comprare un vinile di un artista del posto. 

Da un po’ di tempo ho deciso di fare così, al posto dei soliti souvenir. Tanto poi è una cosa facile vero? Beh…sì, se vai in una qualsiasi città della Gran Bretagna o degli Stati Uniti o comunque in un posto che conosci profondamente.  Ma in Portogallo, anzi, proprio a Porto, per me è difficilissimo. Non conosco nessuna band del posto e nessuna band portoghese in generale. Quindi, non mi resta che entrare in un negozio di dischi e affidarmi a un tizio magro, con capello lungo e maglietta di un gruppo metal, che sta dietro al bancone. 

Esco da lì con “Castle Spell” dei “Sunflowers” e per quanto ne possa sapere, bellicapelli, potrebbe avermi venduto un disco di Fado o un album di cover di Clemente (Vais partir naquela estradaOnde um dia chegaste a sorrirVais deixar abandonadaEssa flor que era amor a florir). E invece no. 
Curioso e impossibilitato ad ascoltare il vinile (potevo chiedere al ristorante sotto casa, ma non mi sembrava il caso), ascolto su Spotify questo album uscito a febbraio, per la più che indipendente etichetta francese (due artisti al momento) “Only Lovers Records”. E il ragazzo magro, magro, ha fatto centro, beccando i miei gusti. 
I “Sunflowers”, sono un duo di Porto (obiettivo souvenir centrato!) composto da Carolina Brandão alla batteria/voce e da Carlos Jesus alla chitarra/voce, che esordisce nel 2016, girando poi abbondantemente l’Europa e che, appunto, nel 2018 pubblica il secondo lavoro. 
“Castle Spell”, mi diceva il ragazzo, è un disco garage, ma in realtà è una definizione troppo stretta. L’anonima copertina con disegni ondulati, blu e violacei, ci fa capire che ci andiamo a perdere tra distorsioni, psych punk, noise, pop e un po’ di surf e che soprattutto questi fanno tanto, tanto, casino. 
“The Siren” che apre l’album è un ottimo manifesto. Giro di batteria, chitarra, distorsioni, psichedelia, voce dispersa nei più oscuri meandri del cervello, su un tappeto ritmico ossessionante. 5’19”, non pochi ma se li superi, è fatta. 
E li supero in scioltezza, anzi, sorrido pure, perché a gusto personale è un suono che mi è sempre piaciuto e questi due ragazzi lo ripropongono davvero, davvero, bene. Ho scritto ripropongono apposta, perché se devo trovare un difetto a questo disco è una piccola mancanza di idee nuove ma come detto i due ci sanno fare e il resto è molto interessante. 
Dopo questo inizio potente si prosegue con la title track e “The Maze (Act 1-2)” che ci portano verso il garage/surf e lo psych pop, per poi buttarci in una manciata di canzoni psych punk e in seguito nel mondo del garage surf con “Surfin’ with the Phantom”, che piacerebbe anche a Dick Dale, così come le successive “Grieving Tomb” e “A spasmatic Milkshake” potrebbero piacere al compianto Lux Interior. “We Have Always Lived in the Palace” chiude in maniera più “tranquilla” un album interessante, ben amalgamato e soprattutto prodotto che porta l’ascoltatore a compiere un viaggio tra le tante e contorte sfumature. Muito, muito bem.

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.