La Casa di Carta – Terza stagione

 

La Casa di Carta

terza stagione

 

Se adesso ci comportiamo come topi in trappola loro ci colpiranno di nuovo, uno a uno. E c’è solo un modo per evitarlo. Affrontarli
Mi immagino che le cose siano andate in un certo modo, con un gruppo di sceneggiatori tipo quelli di Boris, che devono aver avuto una discussione di questo tipo.
“Massì dai, ripeschiamoli così…de botto…senza senso. Facciamo iniziare il tutto con dei dirigibili che volano su Madrid”
“E Berlino? Non c’è più Berlino! Ci deve essere Berlino!”
“Berlino…facciamo che ha un altro piano geniale e lo mettiamo in vari flash back e mettiamo un nuovo personaggio che un po’ lo ricordi nei modi”
“E la fregna?”
“Tokyo. Scena di spalle che cammina sulla spiaggia in bikini tipo Bond girl e poi strip da sturbo”.
Andata.
Beh, certo è un bel casino riprendere una serie virtualmente conclusa ma chiamata a gran voce a tornare in scena. E allora che si riapra, anche se in maniera rocambolesca e un po’ tirata, il sipario sulla serie fenomeno di massa, che si prende anche il lusso di rompere la quarta parete in una maniera curiosa mostrandoci come la figura de “Il Professore” e i suoi, abbiano contagiato il mondo reale. Manifestanti vestiti di rosso con le maschere di Dalì, striscioni allo stadio e coreografie. E tanto altro.
La terza stagione de “La Casa di carta”, che non sarà l’ultima, riprende in pieno lo stile paraculo della precedente. E non poteva essere diverso. Totalmente al servizio di una fan base ruffianamente coccolata da una lunga serie di elementi cari al pubblico.
Tipo che si riaccende l’empatia con i rapinatori fin dalle prime scene e viene poi infuocata da grandi manifestazioni d’approvazione della popolazione Tipo che la squadra è (praticamente) la stessa, con l’aggiunta di Palermo (il nuovo Berlino), Marsiglia, un certo Mathias e un furetto di nome Sofia, oltre a nuovi personaggi dalla parte dei cattivi (cioè la polizia). Tipo che lo schema è esattamente lo stesso della precedente rapina, ma siamo alla Zecca di Stato.
E, infine, quelle sfumature da soap opera e sferzate comiche in stile Almodovar, unite ai belli di turno cioè Jaime Lorente e Úrsula Corberó.
Il prodotto luccicante e ammiccante è dunque servito, sotto l’attento occhio di “Netflix” che dà quel tocco internazionale sostituendo “Bella Ciao” (grazie, Netflix di non sminuire più una canzone così) con “You’ll never walk alone”.
Il risultato è una serie molto nazional popolare, che ha il pregio di essere narrata ottimamente, grazie a un abile uso del crescendo drammatico. Il difetto maggiore è, però quello di essere molto prevedibile, perché sì, il crescendo c’è, ma sai già come va a finire.
Ci vogliono ben otto puntate per avere un colpo di scena degno di nota, che è pure il cliffhanger della quarta stagione. Ma posso immaginare che alla fine andrà tutto per il meglio.
Un clima da fumetto fa per fortuna assimilare (o se preferite perdonare) piacevolmente le tante situazioni paradossali e impossibili (vedi dirigibili all’inizio, che sarebbero abbattuti secondo le norme di sicurezza) e alla fine, nuovamente, la serie fa centro, con tutta la sua infinità paraculaggine e semplicità.

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