Tiger King

Tiger King

There is a God. Her name is karma and she’s got a sick sense of humor

Ci vorrebbe il più scatenato John Waters e la presenza di Divine, per rendere “perfetta” questa serie. Perfetta, sia chiaro, tra obbligatorie virgolette. Dopo i primi cinque minuti la voglia di cambiare è tanta, stai guardando una serie che è un documentario crime, su uno che ha delle tigri, osteggiato da un’ambientalista che si batte contro una legge degli Stati Uniti. Facile no? Che sarà mai?

Però dopo dieci minuti ti prende un malsano senso di ficcare il naso nel sudicio e vedere quanto in basso possano andare i protagonisti, con il risultato che assisti esterrefatto, a ciò che vedi. Togliendo anche una percentuale di finzione scenica, il risultato non cambia. Questa è una serie filthy. Waters, Divine, mancate voi!.

“Tiger King” è una lunga parata di personaggi più pericolosi dei loro animali. Per tutti quanti, dal meno importante a quello del titolo si potrebbe dire, come farebbe mia nonna, che “il più pulito ha la rogna”. Gente che vede negli animali esotici e nei grossi felini soprattutto, uno status symbol, al pari di una Ferrari o di uno yatch, o almeno un modo di rifarsi di una vita ingiusta.

Ecco gli “eroi”: c’è Mario Tabraue, che si dice abbia ispirato il personaggio di “Scarface”, cubano rifugiato negli USA (forse uno dei famosi esuli oppressi…), proprietario di un privatissimo zoo con animali esotici, condannato in passato a cento anni di reclusione, per spaccio e concorso in omicidio. Un avvocato gli ha fatto fare solo dodici anni.
Bhagavan Kevin Antle è, invece, il gran maestro degli zoo privati, che s’ispira a filosofie orientali. Colui che ha indicato la strada a tutti gli altri. Vestito tipo avventuriero, vive circondato oltre che da animali esotici da avvenenti assistenti alle quali fa rifare le tette e con le quali, almeno tre, è sposato. Ma se non altro è quello che cerca di farsi meno nemici e la sua vita privata, dice, non è da Serie TV. Come da perfetto guru di una setta.
A un certo punto entra in scena un certo Jeff Lowe, altro appassionato di tigri, che usa per fini commerciali e per agganciare ragazze con le quali s’intrattiene con la sua seconda moglie o fidanzata. La prima non è chiaro se l’ha ammazzata o se ha solo tentato di ucciderla, ma sono dettagli, vi pare?

E poi arriviamo al nocciolo della serie. Carol Baskin, l’ambientalista dal guardaroba tigrato, che ti conquista nei primi cinque minuti. Ha un “Sanctuary”, il “Big Cat Rescue” in cui fa pagare il biglietto all’ingresso (se non sbaglio i Sanctuary o Rifugi, sono a ingresso gratuito e vivono sulle donazioni) e sfrutta il lavoro dei volontari. Ah, è stata indagata per la scomparsa del primo marito, un milionario sparito nel nulla, che per alcuni sarebbe sepolto nella fossa biologica del Sanctuary e per altri sarebbe stato il pasto delle tigri.
E infine il “Tiger King” del titolo, Joe Maldonado Passage, nato Joe Schreibvogel e meglio conosciuto come Joe Exotic. Il suo zoo è un regno
composto da tigri, orsi, alligatori e quant’altro e da una corte con assistenti usciti dalla galera o trovati per strada, che peraltro sono quelli più seri. Fieramente poligamo (tre mariti, di cui due in contemporanea, uno poi morto suicida) e un guardaroba difficilmente descrivibile, tanto quanto il suo mullet. Ogni tanto canta orrende canzoni country. Ogni tanto fa finta.

Lui è il protagonista della storia, diretta dal filantropo, documentarista, filmaker Eric Goode e da Rebecca Chaiklin e prodotta da Netflix che tocca così, il punto più trash della sua produzione.

Una storia con una narrazione avvincente, tra vecchie interviste e materiale nuovo che, seppure di documentario stiamo parlando, riesce a giocare bene con i colpi di scena. Joe Exotic, cerca di fare soldi sfruttando i suoi animali. Tour nel suo zoo, video sui social, una specie di trasmissione in streaming e poi anche un tentativo di fare un reality con il regista Rick Kirkham. C’è un centro ristoro nel suo zoo, in cui, dicono, usa gli scarti del Wal-Mart (buon appetito!).
E non solo, si candida alle presidenziali degli USA, quelle vinte da Trump (e tutto sommato era meglio lui di Donald Trump) e poi a governatore dell’Oklahoma. Joe Exotic, ha una missione: distruggere Carol Baskin, che vorrebbe varare una legge contro il possesso di animali esotici per fini commerciali e far chiudere gli zoo privati. Una fissa così grande che più volte lo porta a minacciare la donna, a fare dei suoi video un manifesto contro di lei, al cui confronto le uscite di Salvini sulla Boldrini sono simpatiche battute. Un odio che gli prosciuga il conto, lo fa finire a processo, anche per plagio del marchio di Carol Baskin e soprattutto per omicidio su commissione.

Una storia crime che rischia di far passare in secondo piano il vero orrore, cioè lo sfruttamento degli animali selvatici. Un vero schifo. Cuccioli usati come peluche per intrattenere il pubblico pagante (si arriva a pagare 600$!) di queste strutture. Tigri usate per l’accoppiamento e vendite dei cuccioli separati dalla madre appena nati. E a volte maltrattati o ammassati in gabbie e ancora fatte sparire nel nulla. Scimpanzé affittati per feste di compleanno e tanto altro ancora. Una vera merda, che per quanto ci sia un minimo di finzione scenica, rende “Tiger King” un prodotto davvero fastidioso. Non sai se provare schifo, odio, ma sicuramente provi compassione per quei poveri animali. Intendo quelli a quattro zampe. Non quelli a due.
Causa pandemia e obbligo di stare a casa “Tiger King” è diventato un successo mondiale e inaspettato, che da un lato può indurre la popolazione a evitare gli zoo ma dall’altro può, nascondere, come detto, la realtà focalizzando il pubblico sull’assurdità dei personaggi.
Per la cronaca, Carol Baskin ha respinto alcune cose che si vedono nella serie. Antle e Lowe hanno fatto più o meno lo stesso. Gli ideatori però hanno risposto.

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