My Bloody
Valentine
Cross your heart…and hope to die.
Chiunque oserà festeggiare San Valentino, sarà ucciso. È la sintesi di quello che dice Harry Warden e già solo per questa frase, “My Bloody Valentine” merita rispetto e lo psicopatico Warden, al quale si può dire comunque di tutto, dimostra di essere intelligente.
Il sangue schizza sulla festa di San Valentino, in uno slasher che col tempo è diventato un classico. È l’epoca d’oro dei serial killer spietati, nulla di nuovo quindi, nulla di strabiliante bisogna dire, ma uno sporco lavoro alla fine riuscito. Le caratteristiche di questa pellicola canadese girata dall’ungherese di nascita George Mihalka, sono una lunga e immancabile serie di stereotipi del genere, rappresentati in particolar modo dai personaggi: il bello, il ribelle, la bella, lo sceriffo saggio e una serie infinita di vittime predestinate. Tutti viventi (per poco alcuni) nel solito paesino isolato, che però rappresenta l’idea vincente di “My Bloody Valentine”. Perché “Valentine Bluffs” non è una normale cittadina, ma è un grigio agglomerato di case con una miniera che dà lavoro a buona parte degli abitanti. Un posto dove i giovani discutono della mancanza di un futuro.
trasto sia con il paesaggio grigio, che con la colorata festa degli innamorati, ma soprattutto è da lì che parte tutto e per di più il mostro uccide a colpi di piccone con tanto di tuta e casco da minatore. Dicevamo all’inizio di questo tale, Harry Warden, che promette vendetta verso chiunque festeggi San Valentino. Naturalmente c’è la versi
one “uncut”, uscita soltanto nel 2009, grazie alla “Lionsgate” che mostra alcune scene piacevoli (nel senso horror), come la donna nella lavatrice, la testa nel frigo e varie picconate, oltre al finale integrale. Anche con queste scene, che vendicano la pessima versione censurata, il senso di disgusto non è altissimo e non sfrutta in pieno un serial killer ben studiato, dall’aspetto inquietante. La narrazione invece tiene bene, ha dei momenti lenti, scontati, ma riesce ad arrivare alla sorpresa senza rovinarla, dandoci poi un finale più che aperto (che avrebbe potuto o dovuto creare un sequel).
Forse, volendo cercare un motivo, la tensione tiene anche per la scelta, del regista e della produzione, di non svelare al cast, fino all’ultimo, l’intera trama e soprattutto il colpevole. O forse ha tenuto, perché la miniera che si vede nel film è una vera miniera, di un paesino della Nova Scotia, scelto per motivi economici. Sidney Mines è il nome del luogo e la sua miniera che nel 1981 era chiusa da sei anni è stata trasformanta in muse mantenendo intatte le strutture. A parte che la cittadinanza appena venuta a conoscenza che lì si sarebbe girato un film, ha abbellito la miniera (facendo spendere parecchi soldi alla produzione per ricreare il clima cupo), Mihalka ha girato molte scene a circa 900 metri sottoterra, con tutti i problemi tecnici del caso, come l’obbligo di usare di pochissime luci e il rischio di saturazione di gas.
abile, non un capolavoro, ma un film che si lascia guardare. Per anni si sono rincorse le voci di un sequel, tutte sfumate e finite invece in un remake, del 2009 prodotto dalla “Lionsgate” che ha creato “My Bloody Valentine 3D”, cambiando un bel po’ la trama, per la regia di Patrick Lussier, montatore, regista e sceneggiatore di fama e fido collaboratore di Wes Craven.
















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